martedì, 22 luglio 2008

Non trovo conferme, e quindi non riesco a stare ferma, nemmeno con la lingua, ma troverò il modo di fermare le dita, almeno credo.

Credo in Dio, quel Lui che ho nominato molte volte qui sopra, ma a volte credere non basta.

Ho toccato con mano la ricchezza e la povertà, il dolore e la felicità, ma la fisicità è ciò che mi manca troppo, ché tra le stelle non ci sono capelli.

So di essere ribelle, e mi ribello alla vita, cacciandola via dalla mia.

Per cinquant'anni mi si è chiesto di cambiare, c'è sempre stato un punto a mio sfavore, con chiunqui mi confrontassi.

Forse il mio essere sola non riconsola, ma almeno non faccio del male a nessuno, ché quando me ne rendo conto è sempre troppo tardi.

Ho aspettato le ore fino a notte fonda, ho sperato che qualcuna suonasse anche per me. Sì, a volte qualcuna c'è stata, sarei meschina se non lo ammettessi, ma anche il poco a volte è troppo poco, e allora sbando, e sbandano i pensieri, e la paura è come un manto.

Ne ho la pelle piena, e prima che diventasse dura, volevo fare qualcosa.

Ho scritto, non so se andrà in porto, ma tanto ciò che ho vissuto è tutto in alto mare, ed anche lui saprà galleggiare.

Mi auguro buona fortuna, e ringrazio voi che siete stati qui, anche a sopportare, e questo mi ha fatto bene, ché ho avuto modo di regalare, qualcosa di me.

a babbo, e ai suoi buchi

quelli delle scarpe

quelli delle mani

e quelli nel petto…

la ciaccarella tua

 

 

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categoria:memorie
venerdì, 18 luglio 2008

 

 

Astor Piazzolla - Libertango -

§

Sono dove non vorrei essere, e domani sarò dove sono da mesi.

Non ho mai osato tanto, nemmeno fosse acido, il pensiero.

Trovo inferme, quelle sponde, ma tu, vita, mi dici non temere, che non è veleno, il gusto del piacere.

Ma sono morta mille volte, e senza mai rinascere, ho ripreso a viaggiare.

Cosa dovrei dire?

Gli anni si accorciano, e quel filo che mi trattiene ricorda, e quasi fosse storta, è una bandiera a mezz'aria, quest'ultima risorsa, e sventola preghiere a un passo dalla terra.

E se la sfioro, che succede? 

Il tempo s'affanna, e mi fa confusione dentro.

Lascio girare i pensieri come fossero lancette, e sul quadrante della vita raccolgo immagini inimmaginarie, e la storia balla la sua gloria, ed io la tocco, ma solo per un attimo, ché poi scocca la mezzanotte e divengo pallino al contatto della sua boccia.

Schizza via così, questa vulnerabile fantasia, e allora divengo scia dell'attimo, e inseguo l'onda del mio male, come fosse un tango.

S'assesta, sull'angolo più acuto, la paura, e grida, e urla col suo becco aperto, se torno indietro m'inghiotte, e me lo dicono le forze, ma sono in classe, e con la mano alzata chiedo, e lo chiedo con quella parola che per anni ho tenuto temuta.

Posso?

Una volta sola, e poi ritornerò al mio posto...

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categoria:dopodomani è un altro giorno
domenica, 13 luglio 2008

§

Un tempo si dicevano cose strane...Ascoltate, se vi va

Umberto Bindi - Il mio mondo (1963) -

§

C'era una volta, e forse ancora c'è, ma io non mi vedo, o non riesco a vedermi, diversa.

Anche la semplicità ha qualcosa di complicatissimo, ché spesso è più pratico far finta di non capirsi, che non è proprio mentirsi, ma un adattarsi addosso qualcosa che non ci stà, o che ci va stretto, e riuscire a cambiarsi, prima che il tardi ci indossi del tutto, è da persone intelligenti, e forse io non lo sono.

Stamattina ho aperto gli occhi, ed ho lasciato andare, anche le lacrime. Sicuramente ho fatto uno dei miei soliti incubi, ma non ricordo quale. Il sonno non arriva da giorni, ma loro puntuali, sono lì, e con il calar del buio, prendono posto. Chissà se fanno testa o croce, per il miglior posto.

Posto pensieri nel cervello, ma credo di non aver più nulla da dirgli.

Ultimamente ascolto molta musica, ché c'è bisogno di quiete, anche in un cuore in tempesta, e con l'aiuto di un amico ho salvato molti brani di youtube. Canzoni che erano nel dimenticatoio, anche se non le ho mai dimenticate, anche se il tempo mi era piccolo nelle scarpe.

Babbo ne ascoltava molta, e il suo fratellastro, zio Marcello, che ne era un vero cultore, ci regalava molti dischi. Con l'avanzare del progresso, quelle cose nere e tonde servirono solo per sventolarsi, e così le portammo nella casa di campagna, dove sono ancora, e credo che saranno fra le poche cose che porterò via quando la venderò.

Il sonno porta consigli, ed io non ne ho, per me, e nemmeno il sonno, ché il mio cuore è sempre vigile, e pronto a registrare.

Ho sentito parlare di registri.

Ricordo quelli della scuola, dove prendevo le note.

Quelli dove segnavo le presenze quando da ragazza ero in farmacia, per non farmi fregare le ore.

Poi ricordo quelli che si mettono alle ruote, ché l'ultimo lavoro a darmi il pane è stata un'officina, e sfornavo preventivi per veicoli industriali.

Non ne conosco altri, o forse i peggiori li ho gettati, volutamente, ché basta la vita, a voltarsi.

Conosco il vuoto, quello che fa, ché quando vuole ti riempie di male.

Ricordo gli occhi di mia nonna, fermi su un lenzuolo bianco, mentre vedeva suo figlio andare, e da quel giorno non si è più voltata.

Ricordo i miei, fissi al soffitto, mentre da ragazza abortivo su quel tavolo di marmo, e per quanto sia morta in altri letti, quello è rimasto il più freddo, e m'è rimasto dentro.

Ricordo quelli di Enza, La Mia Amica, prostituta per amore, che si uccise gettandosi dalla finestra del bagno, e li rivedo, anche se non c'ero, ché il vuoto del dolore lancia messaggi premonitori, mentre si toglie dentiera e parrucca, ultimo regalo della chemio.

Non sto sempre lì con loro, però fanno parte di me, questi e altri pensieri, e quando vado in giro col cervello, non lasciano perdono.

Ma li perdono io, e allora li camuffo, e vado in cerca della musica, e m'approprio di sfumature uniche che lasciano, al mio mondo, quel profumo di candore che solo una pietra di torrente sa narrare, ed anche se la vita mi ci sbatte il muso, mentre mi dice che sto sbagliando, io non lo lascerò voltare, e continuerò a registrare...

§

 

Siate sereni, io ci sto provando

simy

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categoria:riflessioni
martedì, 08 luglio 2008

Ci sono momenti in cui il silenzio ha bisogno del silenzio, poi arrivano i giorni in cui i momenti non bastano più, e nel vuoto di un eco, ti rendi conto di non servire, nemmeno a loro.

Le trasparenze permettono di guardare oltre, ma anche di non farlo, ché l'abitudine ti fa dimenticare il vero vedere. E ti guardi disfatto, come se l'unico piacere fosse solo l'ultimo atto.

Io ho spalle, ma non abbastanza grandi per nascondermi la verità, e le illusioni prendono forme di vane utopie, ché a volte l'ultima spiaggia è solo la somma di tanta sabbia.

Ascolto il ciancicare di Pisolo, ha il suo osso di pelle in bocca da ore, e di sottofondo ho una canzone le cui note le ho consumate. Sono due soggetti, due persone, per me, che con i loro suoni accomunano istinti, e desideri.

Ha il nome di una donna, Teresa, la canzone, e parla di un amore di seta, e penso che vorrei somigliarle.

Ricordo che da piccola, quando ci si incontrava in cortile per giocare, la capobanda, indicandoci una per una, chiedeva: tu che hai portato? tu che hai portato? e tu, che hai portato? Quando indicava me, restavo sempre come una scema, ché portavo solo il rossore della vergogna della povertà sul viso. Quindi, puntualmente, venivo accantonata, oppure mi si consentiva di giocare, ma solo se facevo la serva.

Nulla viene a caso, e forse nemmeno il mio nome.

Da ragazza leggevo, poco a dir la verità, però rammento che mi piacevano molto i racconti infiocchettati di Liala. C'era quel rosa che a me mancava, e ci sognavo su. Ma una cosa che mi faceva morire, e ne capisco l'assurdità, è che questa scrittrice inseriva, almeno nei libri che ho letto io, questa frase: nettare le fragole.

Che ve lo dico a fare, ignorante come ero non sapevo cosa volesse dire il verbo nettare, ma non me ne creavo problema, e poi mi piaceva quell'aria di mistero che dava alle fragole. E poi chissà come mai sceglieva sempre quel frutto. Forse perché era prettamente estivo, e d'estate gli amori prendono colore. Chissà. Non so, ma quel che so è che questo verbo/aggettivo, anche se per vie traverse, mi appartiene da sempre, ché sentirsi sporchi dentro fa venir voglia di pulizia.

Mi piace la canzone di Teresa. Lei non fa la spesa, e con uno scialle di seta sa volare, e mi fa volare, anche con la fantasia.

Mi chiamo simonetta, ma gli amici mi chiamano simy.

Una sola persona mi chiama simo.

Mi piace, essere chiamata simo.

Mi piace, essere chiamata, ché in casa le pareti sanno dire, ma non parlare.

Il mio nome si può dividere, come il mio segno zodiacale, ché sono della bilancia. Io no, anche se peso, soprattutto i miei difetti.

Le mie tartarughe si chiamavano Tarta e Ruga. E c'e un motivo. E forse anche il mio nome ne ha uno.

simo e netta, sono un sogno che non ha istinto, ma vivono con lui, e istintivamente fanno tutto, anche pulire, le nuvole. E ci camminano sopra, aspettando il loro nèttare.

simo e netta hanno pulito tanto, ed hanno servito sin da bambine, anche se avevano il broncio sul muso, proprio come Pisolo quando gli tolgo quell'osso.

A volte penso che simo vorrebbere essere netta, ma ci sono scambi che non potranno mai cambiare nulla, ché ognuno è ciò che è stato scritto, e poi nei libri di Liala si parlava di fragole...

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categoria:riflessioni
domenica, 06 luglio 2008

Se voglio, non muore nessuno, nemmeno le cose, nemmeno le fiamme, ché dentro brucio dal dolore.

Passerò questa domenica così, a pesare, le parole, quelle che hanno dato valore al mio cuore.

Ho attimi di vita, come spruzzi che innaffiano, e arrivano come se io fossi un giardino, ma come arrivano, così se li riporta via, la vita.

Tra un po' il mio amico andrà a trovare mio padre, e si riconosceranno subito, lo so, ché a loro ho parlato di loro spesso.

Tra un po' avrò un giardino di stelle ancora più ricco, per me, lassù, e sarà verde, quel nero che toglie le immagini, ma non gli eventi, ché le emozioni sono feste, da segnare sul calendario.

La realtà va e viene, ed io mi faccio spazio, per non pensare, che non è non voler accettare, è solo bisogno di respirare.

Qualcuno mi ha detto che ad una morte corrispende un'altra vita, da un'altra parte, ed io mi chiedo dove sono, su che filo sto funambolando per poter passare a.

A vincere c'è sempre tempo, è a perdere, che non sono preparata, anche se sono una perdente nata E perdo la vita, a volte, che mi chiama.

Non ho vacanze, ché le anime dalle anime non le prendono, ma resto sola lo stesso, e il più delle volte è per scelta. E scelgo di vivere nella morte del silenzio, solo quando scrivo, ché le parole scritte sono segni lasciati al destino di chi legge, e di chi legge fra le righe, che come panni stesi cercano la propria aria.

Ho un volto, e mille sfaccettature, ma sono sempre me stessa, anche quando il buio mi canta, e mi racconta, e mi dice come devo comportarmi.

Il buio è quella neutralità che non invade, che sa lasciare alle immagini la propria natura, senza che questa venga accecata dal contorno delle ombre. Le ombre sono massi che schiacciano i passi, e forse è per questo che non ci sappiamo specchiare negli altri, che non ci vediamo, dentro gli altri, e quando qualcuno ci passa avanti, diveniamo la sua ombra, prima che faccia sera.

Vorrei andare da Lui, per mettere ai suoi piedi tutti i perché che non ho chiesto, e farmi dare indietro i chiodi, per gettarli lontano, ché nel petto fanno ancora male, ma ho paura che arriverebbero gli altri, ed io me li prenderei senza chiederne il perché, e allora penso che forse è meglio tenere quelli che ho,  e restare egoista come sto.

Penso che non ho nulla da dire, a chi porta già le sue croci, e mi sento in colpa, per ciò che non riesco a dare.

Andrò dal mio amico, quando non ci sarà più tempo per piangere, quando l'ultimo rosario di speranza sarà stato dato, e allora avrà bisogno solo di una mano da stringere, come per mio Padre. Ora so che sarei di troppo, e la sua famiglia ha bisogno di lui, ha bisogno di questi sgoccioli per poter imprimere gli attimi, senza estranei fra i piedi.

Si piangono parole, nella mia casa, ma restiamo serene, per quel che possiamo.

Siamo fatte di gocce, e tutti gli oggetti sono umidi di ricordi, quelli che il cuore lascia al passaggio degli occhi. E si dicono. E si raccontano.

Ma oggi, c'è qualcosa, ché il sale sa lasciare anche la bocca amara, e temo che molto presto non sentirò più nemmeno la sua voce, e quel silenzio che mi parlerà dentro, dovrò portarlo come l'ennesimo atto d'amore.

Ma non so se so ancora amare, ché oggi nel petto, il dolore mi va troppo stretto.

E passerò, queste ultime ore di sole, insieme alla vita che sfugge, e quella che mi cammina accanto, e avrò per lei, un sorriso e un pianto...

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giovedì, 03 luglio 2008

E' che quando perdi tutto, hai paura, di perdere, anche la paura.

E' che le persone se ne vanno, o di vita o di morte, ma se ne vanno, e allora tu resti, ancora più sola, e già sai cosa ti aspetta davanti.

Davanti ti aspetta l'ancora, e ti dici che ancora una volta hai perso, altre speranze su cui aggraparti, ché tu anche se da sola t'avanzi, non ti basti.

Non ti basta lavarti il volto la mattina, per sentirti accarezzare il viso da due mani.

Non ti basta la crema, sul corpo, per far compagnia ai seni.

Non ti basta essere, ché per poterti sentire hai bisogno, anche di essere, chiamata.

Hai un nome, e non contano i cognomi, per dire che sei sposata con un uomo, ché il sentimento vero è quello che fa di due anime un'unione.

E poi ci sono le sbarre che non usi, e allora anche i sogni cadono dal letto.

Ed io cado con loro, quando sento che il galateo cambia le sue portate, ma forse è solo il timore di ingrassare, e allora anche la frutta potrebbe bastare per iniziare.

Ora ci sei tu, e tutto ciò che non sono stata, ed è come se mi fosse arrivata una dea bendata Ma lei è altruista, e a volte mi regala la sua stoffa, ma io ho timore che mi veda goffa. Ho calzini bianchi e tacchi a spillo, fiocco rosa e giarrettiere, unghie lunghe, e dita nel miele.

E poi ritorna la paura, e mi corre addosso come un giro di giostra.

Non voglio lasciare a nessuno, le mie lacrime sul collo, e allora preferisco ingoiarle, ma a volte anche i pozzi s'affogano e per sopravvivere m'invento immagini come fossero sbocchi di petrolio.

E dalla bocca m'esce la parola grazie, che porta il mio naso in alto, e cerco il tuo pensiero per sorreggermi il mento, e come per incanto t'affacci a pioggia, e lassù vedo il tuo sorriso, e non è più sola, la voce di una mezza luna...

 

solitudine1ic8

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categoria:t-amando
lunedì, 30 giugno 2008

…di vita si può morire, ed io muoio sotto i suoi passi…

Vi consiglio di ascoltare questo brano, e poi di leggere, ma siete liberi di decidere

2455 - Orlando Andreucci -

E’ la storia di Charyl Chassman, il " bandito della luce rossa" condannato alla pena capitale e giustiziato nel 1960 dopo 12 anni di braccio della morte.

2455 era il numero della sua cella.

Partecipò attivamente alla sua difesa.

Scrisse 4 libri di successo.                             

E 4 sono i minuti del brano, per ridargli la sua vita, fuori da quella cella.

 

§

Ci sono strade e strade, e poi quelle che ci fanno, anche strada.

Quando arrivai qui, c'era per la maggior parte campagna e “marana”. Poi arrivò una specie di progresso, e poi arrivò di tutto.

Credevo che camminando sarei arrivata lontano, ma questo è stato solo uno dei tanti miei peccati di vanità, ché mi trovo di nuovo al punto di partenza. Trent'anni sono volati, nessuno mi ha fatto strada, ed io sto ancora cercando di trovarla.

Il mondo è davvero piccolo, e una strada ti porta dappertutto, e quella che mi portava alla mia vecchia casa di campagna da bambina, mi portò anche dove vivo dal trentennio, ma non è il mio mondo, ché io non mi ci ritrovo proprio più.

E mi sento una condannata a morte.

Forse prima non me ne rendevo conto, anche se non sono mai rimasta indifferente ai problemi del mio quartiere, ma adesso che il problema sono io, mi sembra che qui tutto stia ritornando “marana”.

La via Casilina ti porta da - a, e per arrivare da qualche parte, io devo attraversarla quasi tutta. Di solito non vado da nessuna parte, ma è capitato spesso, nel periodo nero della depressione, che dovevo fare il viaggio fino alla Stazione Termini per poter poi prendere il 70 che mi avrebbe portata fino a.

L'unico mezzo pubblico che attraversa la Casilina, nella mia zona, è il 105.

Ricordo che quando fu messo in circolazione, ché prima c'era solo il tranvetto, ci apparì come un miracolo della natura. Avevamo l'opportunità di scelta, e poi si poteva viaggiare senza quei rumori assurdi delle rotaie che il tranvetto al passaggio provocava. E poi c'erano i sedili nuovi, e i finestrini più ampi, e più posti a sedere, e la possibilità di vedere il conducente, e tante altre cose. Tutte sciocchezze, ma per un perifomane, hanno il loro valore. Sarebbe più giusto dire lo aveva, ché ora tutto è cambiato. Non solo non esistono più i valori, ma nemmeno più le persone. C'è solo gente, numeri senza nomi, alcuni anche impronunciabili, e la babele si mischia su quel povero 105 e salirci è una condanna, e per alcuni è solo morte.

I silenzi sanno parlare, e alcuni raccontano il malessere che fa da bracere nelle viscere. Mi sento una stronza, ma non posso fare a meno di esserlo. Osservo e studio. Ho anni sulle spalle di questo, e ne ho le palle piene.

Qui in periferia siamo diventati lo scarico della civiltà, e non ci si capisce più nulla. E vedo i romani morire, e molti li vedo morire sul 105.

Sicuramente è una realtà che vivranno altri numeri, ma io ho questo, e non posso fare  a meno di prendere lui come punto di riferimento per questa agonia esistenziale.

Un giorno una donna, che mi era di fronte seduta, mi guardò fissa per molto tempo. Non riuscii a stare zitta e le chiesi il motivo di quell'insistenza.

Aveva i capelli di un altro tempo, un anello al medio sinistro che nella sua leggerezza raccontava la sua età, e le rughe sul volto rivolto al finestrino, durante le fermate, dicevano che lì il sole le aveva raccontato qualcosa.

Mi sorrise, e disse che era felice di vedere un volto familiare. Con l'indice tremante mi indicò un signore poco distante:

- vede quello, è mio marito. è molto anziano, e non ce la fa a camminare, e allora saliamo qui sopra e ci facciamo da capolinea a capolinea. Non è la stessa cosa, ma almeno usciamo e vediamo qualcuno. Oggi, dopo tanto tempo, vedo lei, così bella, e vedo i suoi occhi così disponibili, e mi sento di nuovo a casa. Prima ci si chiacchierava qui dentro, ci conoscevamo quasi tutti, ma adesso! -

Continuammo a parlare dei tempi, anche di quelli andati e che non torneranno più, ma non so cosa mi disse e cosa risposi, ché a un certo punto il rumore dei miei battiti erano troppo forti. Rabbia e misericordia, brutto miscuglio per essere oggettivi.

Non è sporadico ciò che ho sentito, ma quello che leggo sui volti di questi anziani è ancora più tremendo.

Gli anziani di Roma stanno scomparendo, e credo sia normale, vista la loro età, ma ultimamente qui in periferia la loro morte è fatta di niente.

Io stessa mi sento anziana, ma forse sarebbe più appropriato dire vecchia.

Sento discordi assurdi, e alcuni rimpiangono il vecchio tranvetto. Quello c’è anche adesso, ma non è più lo stesso. Lì dentro ci salgono solo gli extracomunitari, ché tanto nessuno li controlla e possono tranquillamente non pagare. Non pagano nemmeno sul 105, però lì qualche volta un controllore ci sale e così qualcuno può respirare in pace.

Non lasciano solo la puzza, ma la totale indifferenza al rispetto verso gli anziani e quell’arroganza che fa spavento. E quei volti avanti con gli anni, curvano sempre più le spalle, appesantiti dagli sguardi strafottenti di quegli sconosciuti. Colpa nostra? Colpa loro? Colpa mia? Ma esistono poi, le colpe? Ma poi, esistiamo, o cerchiamo di r-esistere a noi?

Non so se queste riflessioni mi vengono perché sono razzista o solo perché non mi vedo, non mi vedo oltre gli anni della senilità. Negli occhi di chi, potrò un giorno guardarmi e dire di sentirmi a casa, a casa di questa città che mi dà quell’accento romanesco di cui sono tanta orgogliosa. Il 105 è un numero che noi di Torre Maura portiamo stampato sul petto come fossimo dei galeotti.

Sono arrivata qui piena di speranze. Ho visto nascere case e crescere il traffico. Ho dato scarpe sane e mi sono ritrovata ginocchia con i buchi, e quando salgo su quell’autobus sono scalza, e quando vedo quei superstiti cercarsi con lo sguardo, mi sento sconfitta, e non servirà scrivere libri o difendermi, ché non c’è grazia nel silenzio, e i miei occhi stanno già morendo...

 

 

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categoria:riflessioni
giovedì, 26 giugno 2008

§

 

 

 

L’aria mi segue,

e nel passo che fa la mano,

per accostarsi i pensieri scapigliati fra i capelli,

vede il contatto parsimonioso del tempo

che la rincorre

 

dice che nulla si perde 

ed è lì, fra quelle dune che la disegnano,

che ci copre il racconto narrato

e come incoscienza

di seme gettato nel prato

s’accosta, sussurra brezza e si fa d’uomo,

a coprire quel vuoto creato fra le labbra,

che socchiuse, l’attendono

 

 

 

§

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venerdì, 20 giugno 2008

- Ivano Fossati - Unica Rosa -

A quest'ora si dorme.

A quest'ora si sognano i sogni.

A quest'ora c'è chi vive, anche di sogni, perché loro non dormono mai.

La vendetta è una brutta bestia, e allora forse è per questo che non mi ci ritrovo nella vita, e me la sento ostile, ché lei su di me si vendica, lasciandomi addosso i morsi, anche della fame. O sono io che rendo a lei impossibile la realizzazione su di me?

Non ci capisco più niente, come non capisco perché Pisolo continua a fissarmi per voler venire in braccio a me. Forse gli animali si sentono, e lui sente. Noi non siamo bestie, siamo solo due cuccioli, di esperienze. Gli voglio bene, ma non lo assecondo, ché quando fa qualcosa che non va cerco di farglielo capire, e lui mi guarda, come solo lui sa guardarmi, ed io lo guardo, come solo io so vederlo, e allora mi lascio andare, e lo lascio fare. Non è che non capisce, è che lui deve seguire il suo istinto, ed io il mio. Forse non dovrei avere nemmeno lui, in casa, ma ci siamo incontrati un giorno, sul mio letto, e lui era così piccolo, così come me, che non ho potuto non amarlo subito. E così ci concediamo, per amore.

Non so se lui si rende conto di quanto sia importante, ma a me non importa, è una gioia per gli occhi e per il cuore, e tutto ciò che faccio, è solo per quel sentimento con la a. Non sto a pensare, nemmeno che sia un cane, ché seguo il mio istinto, ma anche se sono nella consapevolezza che sia un errore, continuo.

Questo mio comportamento, non è amore, è puro egoismo.

Con gli esseri umani è ancora peggio. Non posso più seguire l'istinto, perché faccio solo danni. La gioia che provo nel dare gioia, viene scambiata per altro, che non so nemmeno io cosa, eppure sento che hanno ragione. Non cerco riconoscenza, ma forse a volte spero nella comprensione. La condivisione è un vestito che si deve saper indossare, altrimenti è lacerante, ché può strapparti dal petto le parti più intime. A volte mi sento una persona senza sesso, e resto nuda nell'anima, ché non so indossare nemmeno la pelle.

Un tempo era liscia e bella e non aspettava. Ora s'apetta, magari anche solo una carezza, dal tempo.

Ci sono persone che sono come Pisolo, e quando Lui me le regala, io non posso fare a meno di amarle. Ma loro non sempre si fanno prendere in braccio. E per fortuna, ché prenderle in braccio è non lasciarle camminare, e non farle camminare è non permettergli di crescere.

Ed è ancora puro egoismo.

Come al solito con le pippe mentali vado a mille, ma è inevitabile quando mi confronto con i miei errori, e prendono velocità quando sono a tu per tu con Lui.

Non ricordo molto del catechismo, e se dovessero chiedermi i dieci comandamenti la mia memoria faticherebbe di brutto. Però due o tre sono rimasti stampati sullo specchio della mia esistenza. Me la guardo, e penso, e penso che forse li ho letti all'incontrario, ché non ne metto nemmeno uno in atto.

Ama il prossimo tuo come te stesso. Qui sono proprio cavoli amari. Io non mi amo, posso amare gli altri? Mi domando se il non amarsi non sia solo una forma di non rispetto verso se stessi, ma anche verso gli altri, e quindi di conseguenza nessuno ti rispetta, ché ti leggono in faccia che con te possono fare ciò che vogliono, e di riflesso lo fanno anche a loro. In pratica con il mio comportamento creo lo spunto al prossimo di farsi del male.

Oddio, ma sono assurda!

Ma io cosa voglio? Boh, non so, non saprei da dove cominciare, e nello stesso momento so che sono già arrivata al traguardo. No, non so mentire, e per fortuna nemmeno mentirmi. Lascio a voi la risposta.

Non fare agli altri ciò che non vorresti essere fatto a te. E' un comandamento? Credo di sì. E per i motivi di cui sopra, io mi faccio del male, e tanto, ed altrettanto ne faccio agli altri.

Tempo fa parlai di un messaggio che mi era arrivato sul telefonino e che poi fu il primo che cancellai, e che diceva: sei bella simo.

Sapeste quante volte mi sono sentita in colpa per averne goduto!

La bellezza è un attimo, ed è come un fiore, ché se non sai la dose giusta dell'acqua da fargli bere, sfiorisce subito. E' anche un po' come le persone: basta un nulla per fargli cambiare idea. Ricordo la mia amica suora che diceva: su 100, ne fai 99, ed è come non avessi fatto niente, e tu sei vuoi lasciare qualcosa di te, aspettati ancora meno.

Le idee che viaggiano nel mio istinto, al passaggio di un amore, si accovacciano, fanno spazio alle altre, si modificano, ma poi prepotentemente escono quando meno me lo aspetto, e così facendo disarmo chi ho di fronte, e tutto mi diviene avversario, anche l'interlocutore. Per non parlare di me stessa, ché così non mi accetto. Ma non lo faccio apposta, e nulla è calcolato, di questo ne sono certa, anche se l'unica certezza è che non esistono certezze.

Eppure una certezza ce l'ho, ed è che a Pisolo voglio bene, e non vorrei mai fargli del male, ma involontariamente, malgrado le tante pippe, gliene faccio.

Lui mi dice anche di non desiderare la roba d'altri. Sarà una stronzata, ma a me questa cosa qui mi manda al manicomio, ché va in conflittualità con tutta la mia persona: dentro, fuori e oltre.

Non è che io desidero la "roba", degli altri, io desidero ancora di più, dell'altro, ché cercare l'unicità è il voler "tutto" ed è il peggior peccato che si possa compiere.

Mettere a nudo i propri limiti non serve, come credo che il dire sempre la verità sia una giustificazione del proprio io, che però non giustifica le azioni: posso fare come mi pare, tanto poi ti dico tutto. E tantomeno giustifica i pensieri, ché il pensar  male, è già un peccato a metà. Insomma potrei andare avanti con altri cento esempi, ma tutti mi riporterebbero al fatto che di natura ci giustifichiamo.

Dov'è l'equilibrio? Non lo so. Forse nella semplicità, nella spontaneità, che poi diviene accettazione di ciò che siamo: nulla. 

E' dura per me accettarmi sotto questa veste, ché sono stata considerata così sin da piccola, e allora ho cominciato a cercare, a voler capire per forza dov'ero, e come mai mi sentivo un errore. E alla fine ho iniziato a difendermi, riuscendo a dare di me solo niente, anzi, ho confuso l'amore col pretendere, ma non puoi trascorrere tutta la vita a lottare, a un certo punto ti devi saper fermare.

Se fossi una persona in gamba credo che saprei apprezzare l'infelicità della rosa.

Sorrido, mentre penso che ho Pisolo, e che mi vuole davvero bene, e senza cercare comprensione, mi aiuta,  anche a  crescere fra le spine della vita, ed io spero, malgrado tutte le pippe mentali, di farlo sentire libero, condividendo serenamente con lui i nostri istinti.

Pisolo non è un cane, è un amico che condivide con me tutto, anche il nostro lato animale, e chi trova un amico trova un tesoro.

Ed io, quando la notte lo sento sognare, vedo il mio...

 

 

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categoria:riflessioni
venerdì, 13 giugno 2008

§

 

 

 

le spalle s’assottigliano, ché indietreggia il respiro

a quelle dita che hanno osato l’osare,

e s’avvisa la sua tempesta

il sospiro, e si fa vespa la bocca e cerca,

e lì cerca riparo il tuo istinto

in quell’alveolo di lingua che si fa altare

mentre ti prendo come fossi d’arare

 

e si contrae il tuo capo sul mento

ché la mente è milite di fronte all’ignoto,

ma si richiama clemente da dentro,

ché non trema la sabbia all’arrivo dell’onda

ma s’accosta serena all’ora ormai giunta. 

 

E nei capelli sudati, mi perdona il tempo,

con il sapore del tuo andare.

 

 

 

§

 

postato da: simonettabumbi alle ore 00:08 | Permalink | commenti (5)
categoria:t-amando


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