sabato, 31 ottobre 2009

ho fatto un sogno. un sogno bruttissimo.

uno di quelli che quando ti svegli ti dici.

solo che era giorno, e non dormivo. e non dormo, ché giro per la mente di continuo.

continuo ad ascoltare morricone, e penso che in paradiso io non ci starò mai.

parlavo, ed ero invisibile, come la mia voce, che dice cazzate, ché tanto le cose serie sono fuori di me. tutto, è fuori da me, anche il mio cuore.

il mio cuore parla da solo da anni. e gli anni si sono rimboccati le maniche per sopportarlo.

quando mi porto in giro da sola, mi rispondo che tanto manca poco, ché io lo so che manca poco.

a poco a poco, le mete, si sono tutte avvicinate, e se voglio essermi di parola, dovrò andare, anche se il mio fiato resterà attaccato come colla, su quelle pagine di vita che ho lasciato scritte.

non ho risposte programmate, è questo il guaio del mio istinto, e se mi lascio prendere dalla fame del dire, dopo devo ingoiare con dolore questo ardire. 

era un giorno, solo, come tanti. era oggi, e le mie parole molto distanti.

istanti fragili, impotenti, rinnegati dagli eventi.

e venti, quegli anni che rimpiango, ché avevo voglia fegato e coraggio, anche se costruivo la mia casa sulla spiaggia.

c'è un tempo per ogni cosa, ed io il mio lo sto aspettando da tempo, eppure lo temo, ché un giorno qualcuno mi parlerà d'amore, ma io, io quel giorno, avrò solo sabbia, nel mio dire...

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venerdì, 16 ottobre 2009

con un conoscente, oggi si parlava, anche di morte.

nessuno ha chiesto di venire al mondo, lasciatemi almeno il diritto di decidere quando andarmene. gli ho risposto così.

lui diceva che non è giusto. che non è giusto verso i figli. che non è giusto verso gli amici. io credo che non sia giusto verso se stessi, ma quando figli e amici, non pensano al giusto, e pensano solo a se stessi, allora io dico che è meglio andarsene. e se non ti lasciano andare, è solo perché sono egoisti.

non so chi è più vigliacco.

poi si parlava, di soldi. di artisti. io riuscivo solo a guardarlo, forse perché non sono un'artista, o forse perché la mia voce vale più di quattro soldi.

sì, credo di essere proprio fuori dal mondo.

credevo davvero di non dovermi più nascondere, e invece ancora lo faccio.

non credo di essere capace di leccare il culo della gente, per i soldi. forse ho leccato i piedi, ma per un altro motivo. e forse sono capace di vendermi l'anima, ma per gli altri.

gli altri dicono che sono punti di vista. che è solo egoismo. che sono scelte, e che loro non lo farebbero mai,  ma io penso che quando si ama, non si pensa alle proprie scelte. ci si dà. e basta.

io non so dare, non so amare. io non amo nessuno, in primis me stessa, altrimenti non avrei dato ascolto, nemmeno ai doveri.

dovevo saperlo. lo sapevo. ho amato lo stesso.

qualcuno dice che mi definisco una merda. io non mi definisco così, ma spesso mi ci sento.

sento un profumo nell'aria. è babbo, che mi rassicura. questa volta, lui sa che ho paura.

oggi non ho né pranzato né cenato, ma sono sazia, ché ho mangiato lacrime e emozioni.

mi emoziono per niente, ché sono come la nuvola con il suo vento. ma non sono una banderuola.

oggi qualcuno mi ha aperto lo sportello, e con le parole mi ha lasciata in mezzo a una strada.

strada facendo, ripensavo alle parole di quel conoscente. lui asseriva che siamo tutti uguali, e che per il successo facciamo di tutto, anche le scarpe agli amici.

succede che ho avuto pochi amici, e gli ho dato le mie ultime scarpe.

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categoria:riflessioni, t-amando
giovedì, 08 ottobre 2009

t'arrivano domani, le notizie che già ieri sapevi, ancora prima che oggi te le dicessero.

difficile crederci, a volte anche per me.

trovarne il senso, lo è ancor di più, e poi.

poi, non so, se serva trovarlo.

sono ingombrante, e le mie domande lo sono ancor di più.

per chi usa le parole, come vestito dei giorni, all'improvviso si sente ricoperto di stracci, se loro non coincidono con le tue.

devo aspettare gli eventi. devo saper aspettare.

avevo ripreso a cucinare, a farmi una famiglia virtuale, ché le parole a volte lo sono, ma.

ma non so, non so se vale più la pena, lottare, lottare per scrivere, lottare per sopravvivere, ché si stanno sommando problemi, a causa dei miei problemi esistenziali. trovare una collocazione. trovarmi, ché io non so più dove sto.

sto a chiedermi se domani qualcuno si ricorderà, non di me, ma di ciò che ho fatto, senza che nessuno me lo abbia chiesto. forse ho chiesto troppo, anche a Lui, senza sapere di chiedere, di chiedere risposte, quelle che stanno solo nel mio cervello, riposte.

chiedo di poter prendere i problemi degli altri, e Lui lo sa, ma ci sono cose che prendo, e che non dovrei, perché l'allietare, spesso, è una forma di puro egoismo. e poi non sempre, la gente vuole essere aiutata. troppi poi e troppi forse, come sempre, e come sempre, penso che forse esiste un solo modo, per mettere a posto la coscienza, e non creare più scompiglio fra i coglioni della gente.

nel galateo, una volta, si diceva "prima il dolce e poi la frutta".

non lo so se si dice ancora, ma io ora sento il senso della frutta in gola, e il dolce poi.

e poi il dolce a casa mia, non lo mangia più nessuno da una vita...

 

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categoria:riflessioni
domenica, 27 settembre 2009

si sta freschi, qui, ma è solo aria artefatta dal condizionatore.

condizionare gli altri, è stata una prerogativa innata di ciò che non avrei mai voluto, ma che è sempre accaduto. forse è una cosa inevitabile.

inevitabilemente, se vuoi leggere un libro, devi voltare pagina.

ho letto la vita molte volte, ma forse ho leccato male, ché mi sono trovata catapultata da un capitolo all'altro. deve essere così, perché a cinquant'anni ancora non c'ho capito un cazzo.

cazzo si pensa a fare, se poi si scopre che le storie incontrate, sono state solo giocate.

che lotteria, l’anima mia!

quando ero piccola, se volevo giocare, dovevo fare la serva.

ora, servo per giocare, ma non sono più piccola.

pisolo e bigné sentono freddo. anche io.

siamo soli in questa casa, e ci sentiamo così. li guardo, e vedo i loro pensieri. siamo tre cani.

lo so, che mi comporto da animale, quando dico cazzate, ma forse è solo perché sono una mente, amante dei suoi pensieri.

amavo la solitudine, la mia mente, la menta, il profumo della carta, quello della benzina, la nicotina, la terra, la mia fantasia, il caffè portato a letto la mattina.

la mattina, quando mi alzo, dalla poltrona o dal letto, sento il peso di questi amori, davanti a queste quattro mura, ché tutto diviene masso, quando l'assenza bussa dall'uscio.

sciò, le dico, ché scacciare un accento fa meno colpa, all’essere ladro, visto che rubo, sguardi dal selciato.

la vita è tosta...

ECCO, qui si ferma, un post che avevo scritto il dodici agosto duemilanove, che non ho mai pubblicato, ma conservato, e che oggi m'è tornato a galla, mentre facevo pulizia nei file.

dentro l'aria è fresca, fuori c'è il sole, e pisolo e bigné abbaiano sereni.

le pareti sono gialle, colorite da quella nicotina che in due anni m'ha fatto compagnia.

faccio due conti.

le melanzane appena fritte bastano per due teglie. una teglia di dolce è finita nella spazzatura. i progetti svaniti traboccano dai contenitori del freezer. i file accumulati nel world fanno a cazzotti. i biscotti che avevo preparato, andranno a fare compania al dolce.

mentre scrivo, i pensieri si accavallano, e dimentico ciò che volevo scrivere. spengo la luce, alle mie spalle. i miei amici, non abbiano più. la loro pancia, ha sicuramente trovato pace, sul mattonato caldo. non vado a controllare, mi fido, purtroppo, anche del mio istinto.

indosso un abito stinto. fa vecchio, lo so, e dovrò cambiarlo. i cambiamenti mi spaventano, e a volte, conservo anche gli indumenti andati, per ricordarmi che c'ero stata.

ieri, sono stata in un bel posto. ho rivissuto tante cose, anche stanotte. ieri ho recitato la mia parte, ho visto quella degli altri. ho sentito tanti rumori, ché le speranze, non si buttano mai fuori.

sommo la contentezza degli altri. leggo in giro. ascolto da un filo. ho preso le medicine. sembra tutto pronto per partire.

domani qualcuno festeggerà il mio compleanno. odio, certi ricordi.

penso a mia figlia, mentre ieri mi diceva "andiamocene, mamma". dentro mi sono detta "tra un po'".

sono stata bene, ieri, anche con lei, ma come mi ricordava stamane mia madre, non tutti i giorni sono uguali. infatti oggi, per me, è solo un'altra sigaretta da fumare, ché la tristezza, a volte, è fumo negli occhi, da saper portare.

le campane mi ricordano che è festa, e il traffico che si sveglia in ritardo mi ricorda che è domenica per molti.

molto spesso, qualcosa dentro, mi fa confusione. sono amante di molte cose, ma la mente non sempre mi permette di fare attenzione, e mi scotto.

continuo ad amare la solitudine, la mia mente, la menta, il profumo della carta, quello della benzina, la nicotina, la terra, la mia fantasia, il caffè portato a letto la mattina.

la mattina, arriva puntualmente, e mi ricorda. lei pensa  a me, alla mia vita che se ne va, e ai sogni che fanno fumo. qualcuno dice che sono cotta di cervello, e che per crescere devo scendere dalle nuvole.

il sugo sul fuoco fa blumblum. è pronto.

m'accendo un'altra sigaretta, e penso.

lui, s'è arreso alla cottura.

io, non lo farò mai.

e morirò, stringendo il fumo nella mano...

 

 

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categoria:dopodomani è un altro giorno
venerdì, 25 settembre 2009

§

 

 

a te, che porti i miei porti senza navi

e i miei fondali mettono gradini

ché rendi all’anima affondata

la risposta del mare

 

a te, che mi accarezzi appena

ma appena lo fai mi scioglie le paure

ché le mie gambe

hanno vissuto di spine uguali

 

a te, che lasci i segni nel mio cuore

e le emozioni trovano il passaggio

come se le strade

fossero la benedizione d’un paggio

 

a te, che mi firmi con la croce

ché conosci la mia ignoranza

e sorridi,

come se vedessi nei miei occhi

la purezza e il suo velo da sposa

 

 

§

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categoria:poesia, t-amando
lunedì, 14 settembre 2009

non lo so, cosa accadrà domani, ma so che un prima o poi arriverà.

e mi porterà via.

c'erano gradini maculati di grigio, e un telefono disegnato sul muro. e culottine larghe, e canottiere bianche. non c'era altro, oltre ai sorrisi ingenui della primavera, disegnato sui visi.

nascevano così, i primi amori, su quei pianerottoli dalle porte lente, e serrature inesistenti.

poi inventarono la lavatrice, e nel bucato, si cominciò a rammendare la fantasia.

tutto sbiadisce, e sono scomparse le lucciole di maggio, e i fichi di settembre, solo fusti allettanti come i miraggi.

gli anni scorrono, e sotto i ponti i nemici fanno branco, e l'acqua ci investe, ché è sopra, e dentro le nostre teste.

ho un bisogno che non ha più nome, laddove quella parola, ha scavato solo timore.

mia figlia m'ha prestato un telefonino, ché il mio s'è rotto, e quando squilla, vasco mi rammenta, e devo ammettere che ha ragione. no, non me l'aspettavo. e allora, forse, forse è per questo che mi dico le bugie, e scappo via.

e torno su quel pianerottolo, dove la polvere ha fatto il nido, ma ogni volta che ci penso, sento negli occhi il sorriso...

 




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categoria:riflessioni, t-amando
giovedì, 10 settembre 2009

guardo mia figlia. è molto bella.

è bella perché ha la gioventù addosso. è bella perché ha la speranza sul volto. è bella, perché ha un dolore nascosto.

non ho mai dato peso, alla bellezza esteriore. non ho mai assegnato capacità, alle persone, solo perché avevano un bel corpo, o per come scopavano nel letto. che poi ho scopato in giro poco, molto poco, per valutare bene su quest'ultima cosa.

di me sapevano tutto, ché mi spiavano anche col cannocchiale, dal palazzo di fronte. io, ho cercato di farmi i cazzi miei, ma sempre con una mano aperta per tutti. facile bussare, quando la porta è aperta. difficile, poi, farli uscire, senza avergli permesso di farmi del male. è la vita. è la mia.

la vita è un soffio, ed io solo fumo. forse. forse è che poi porto a galla, le parole, e allora vado negli occhi, e dò fastidio.

è come quando si gioca a carte, in coppia. va tutto bene, finché si vince, poi. poi, se la carta si volta, cominciano i rinfacci. si trovano le pecche. e allora ti dici che con quella non ci vuoi più giocare.

ma la vita, non è un gioco, anche se io la rendo tale. e sono in coppia col mondo intero, anche se lui si tira indietro.

e poi penso alle scarpe. c'è chi le cambia, chi le indossa, e chi te le tira appresso. e tu cammini, e addosso ti vedi passata di modo, come loro, come quando nel petto senti quel dolore che non dà perdono, ché mentre gli altri ti cambiano, tu sei ancora lì che t'aggiusti come un fiocco sul portone.

io me lo guardo, a Lui lassù. ci parlo, a volte mi ci incazzo, ma perdo sempre.

gli sono riconoscente a quello lassù, forse è per questo che sbaglio le dosi. non lo so, ma sinceramente è da un po' che mi fa domande strane, e non so se riuscirò sempre a dargli risposte sane.

è che le cose si fanno, spesso con amore, ma poi ti arrivano le parole che non t'aspetti, e tu cerchi di mandarle alla deriva. non ci vuoi pensare, ma poi dall'altra parte ti trovi un mercante, e allora giù a fare conti.

non sono andata a scuola perché non volevo studiare, ma qui la vita mi dà decine di compiti miliari, ed io non ce la faccio a starle dietro, ché riesco solo a creare storie, che sommandosi diventano problemi a non finire.

finisco di pulire le labbra, ché oggi ho detto tante stronzate, ma il dubbio dei significati mi fa da sipario. è un po' come per i sentimenti, ché tu li senti, ma forse dall'altra parte c'è qualcuno che mente, e allora tu ti ritrovi a giocare a moscaceca, e non t'accorgi che su quel cuore c'era la cera.

sono stanca, dei cambiamenti, dei rimproveri, e della vita che ironizzando mi ride in faccia. sono sbarcata seconda, su questo mare di terra, e per la prima volta, oggi, mi sono resa conto che questo ha dato uno svolta negativa alla mia scia, portandomi spesso alla deriva, anche nelle scelte. forse ho sbagliato, a innamorarmi delle persone sbagliate direte. direte che ho sbagliato ad aver accettato mille compromessi per far star bene la gente. ma malgrado tutti questi sbagli, come dite voi, continuo a fidarmi dell'istinto, ché l'unica vita che ho è questo cuore che vive di stenti. 

ho sbagliato ad innamorarmi della vita stessa. dico io. chissà.

ho tanti dubbi dentro, ma di una cosa sono sicura, non ho mai cercato da nessuno la riconoscenza, ché quel che ho fatto è stato fatto convinta, e se poi non facevo parte della loro mente, pazienza.

credo che la presenza costante, non sempre lascia costante chi hai di fronte.

col mio ex ho rotto i coglioni, ché per lui ero solo asfissiante. per me era portare avanti una mela, mettendo in disparte il serpente. volevo vivere con e di lui. lui voleva solo vivere. e a lungo andare sono diventata una particella pronominale. me ne fregavo dei soldi, ed anche se ne vedevo tanti, ho sempre lavorato, per fare, ed anche dare la mia parte a chi, purtroppo, la vita gli aveva messo le tasche in disparte. difficile fargli capire com'ero nel cuore. la pecora nera, la strana, ed io che credevo di essere normale. che lotte! naturalmente sono punti di vista, ma tra tanti, è difficile trovale l’originale. peccato.

e così mi guardo mia figlia. quella figlia che è unica in tutti i sensi, e senza volerlo, mi ritrovo ad essere riconoscente, a chi, di me, non c'ha capito niente...

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categoria:riflessioni
sabato, 05 settembre 2009

ho chiuso la porta, stamane. e via.

quanto chiasso, allo mie spalle.

mi sono sposata domani, del millenovecentoottanta, alle ore diciassette.

e nascerò di nuovo, il ventotto dello stesso mese.

dopo tutti questi anni, sono ancora sottosopra.

lui, ha messo tutto al dritto, nelle sue date.

ancora, le date, hanno date da dimenticare. per me.

non credo, che ne uscirò mai fuori. non tanto per il dolore della fine, quanto per le incapacità di accettare che ogni promessa ha una sua strada.

cammino da cinquantuno anni, fra poco. mi sono seduta a molte sedie, ma non ho trovato mai la mia poltrona.

la psichiatra continua a chiamarli lutti da metabolizzare, ma qui da me, la gente muore, ed io sono sempre dietro, anche ad un funerale.

stasera ho cenato con una bella coppia. ed ho pensato a loro, mentre guidavo nel rientro. pensavo ai discorsi che facevano, ed ai ricordi che uscivano da quegli occhi in doppiopetto. e nel pianto del silenzio, gli ero accanto nella felicità, ché loro, li avevano in singolo.

io, ho solo date sole. nessuna coppia di occhi, a tenermi compagnia, in queste ore di vigilia.

parlarne qui, che ho sempre considerato la mia finestra sul mondo, è come quando da piccola  vedevo mamma sgrullare la tovaglia dal balcone. e tutte le briciole schizzavano via. poi me le guardavo cadere, e sparire giù nel cortile. stavano lì per poco, ché gli uccellini arrivavano e se le portavano via.

via via, troverò la strada giusta.

ho lasciato un mare incazzato, oggi. me lo guardavo.

e me lo riguardavo dentro, mentre aprivo la porta. c'era un gran silenzio.

shhhhhhh

non dico bugia, ché pisolo e bigné li ho trovati a dormire.

poi, domani, tornerò a guardare, anche il mare.

ancora non so, se in salita o in discesa, devo solo trovare la poltrona giusta.

e poi, prenderò gli occhi, e continuerò a navigare...

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categoria:memorie
venerdì, 04 settembre 2009
cim

guardo il colore della macchine parcheggiate. sono tutte colorate, ma non le menti che le hanno guidate.

nel mentre che penso, ne arriva un altro, e mi dice che la mia auto è l'unica col muso avanti.

lei è come me. lei è sempre in posizione di partenza, anche se poi, spesso, la faccio a gambero.

l'apertura di quel grande negozio, fu un'attrazione, per gli abitanti di viale marconi. fino ad allora la upim aveva avuto l'esclusiva, delle nostre giovani vite. i rossetti della rimmel, o il reparto della biancheria intima, che lussuria per le nostre povere tasche, ma si poteva sognare, ed anche provare, tutto quel che gli occhi riuscivano a toccare. poi iniziarono i lavori lì, giù in fondo, prima di arrivare a portaportese, sulla destra, sotto ad un palazzo con non più lenzuola stese, ché gli abitanti degli appartamenti si erano arresi, alla polvere.

poi, penso che molti di loro si sono arresi, come vedo alcuni che vengono accompagnati e lasciati lì, mentre parlano da soli, in attesa della loro mezz'ora.

i malati di mente chissà, chissà se sono come i cani, ché loro, mi è stato detto, non hanno la dimensione del tempo. eppure a me sembra un'eternità, che vado a questi appuntamenti. boh.

quando fecero l'inaugurazione, la upim si svuotò. belle, e quasi scioccanti, le sue porte automatiche. aveva quattro o cinque vetrine, ora non ricordo, ma era grande. e poi dentro era pieno di novità. c'era anche una specie di libreria, e poi le marche erano più grandi degli abiti. strani, ci si sentiva, ad entrare là dentro.

quando entro lì dentro, io mi guardo intorno, e provo un grande dolore dentro. e non solo per me. e mi ricordo della prima volta, accompagnata da una cugina di mio marito. la vedevo strana, seduta lì, con la borsa sulle gambe, e il cellulare che sembrava impazzito, e lei che rideva, capace di camuffare, dietro quelle risate, il malessere che si portava dentro. io no. io mi ci ero vestita. ed ero in piedi. e i miei piedi volevano fuggire.

i vestiti sui manichini erano imbalsamati, e non si poteva toccare nulla, e gli occhi, i miei occhi restavano soli, ché scappavano da quell'ambiente, dove non mi ci ritrovavo per niente.

dopo sette anni, ancora sono lì, con quelli che aspettano là davanti, il loro prossimo intervento. mi accorgo solo ora, ripensando a ieri, che non c'è più la targa con scritto cim (centro di igiene mentale), ma lo stesso entriamo, e dobbiamo dire come stiamo, e loro ci segnano le ricette, a secondo di come abbiamo recitato il mese di calvario. poi, con le ricette in mano, si esce, col ghiaccio nel petto.

quel negozio non durò molto, o forse è solo il tempo, che vola, fatto sta che chiuse perché era, freddo. e la gente riprese ad incontrarsi alla upim. quel negozio si chiamava cim. che strano eh?

lo strano, è che quelle macchine, parcheggiate con le spalle alla strada, non m'appartengono penso, e penso pure che la mia è nera. e che il nero è elegante. 

è vero, nessuno si accorge di noi, ché passiamo per matti fra i tanti. ha solo due porte, e quando spingo un pulsantino sulla chiave, fa l'occhiolino a tutti quanti, ma quando sono sola, come in certi momenti, è l'unica che mi guarda negli occhi...

postato da: simonettabumbi alle ore 14:57 | Permalink |
categoria:riflessioni
lunedì, 31 agosto 2009

quando parla la carne, vuol dire che sotto il sangue è finito.

e sotto ci trovo dei sentimenti, che oggi non esistono più, o forse non sono mai esistiti.

mia madre diceva che nonno era troppo stupido, e che la sua stretta di mano valeva solo per lui. infatti perse tutti i suoi averi, per averne strette troppe, agli amici.

la contessa castiglione era una loro parente, e nella discendenza molte proprietà andarono a mio nonno, e ai suoi fratelli. montagne, terreni, palazzi. io non ho mai visto nulla, e forse nemmeno mamma, però quando lo racconta le brillano gli occhi, ma non sono di pianto. 

non so se le lacrime hanno questo potere, però con le mie si sarebbero potute far "brillare" molte montagne.

ho una cava, nel petto. forse qualcuno ci ha pianto.

dentro ci sono tante delusioni. date, e prese.

io ci penso, a quelle che dò.

ho dato molte strette di mano, ché somiglio a mio nonno, anche in campo artistico, infatti lui era pittore.

le delusioni sono scambi. pennellate nere, come il buio nelle stazioni.

dentro ho tanti treni, partiti. difficilmente qualcuno ritornerà.

ho letto molte delusioni, forse è per questo che ho sempre scritto tanto, ma i fogli non sono biglietti, ed io non partirò mai.

mai più, me lo sono detto tante volte. poi però tolgo il mai. e continuo a sommare delusioni.

il ventinove agosto mia figlia ha compiuto gli anni all'anagrafe. a me invece si sommano sul viso quelli di tutti, ché ho visto le foto scattate, e capisco sempre di più il perché del mio ex marito, anche se non lo condivido.

ricordo un giorno, nel suo ufficio, mesi prima. gli dicevo di guardare oltre, ché io lo facevo, e per me lui era bellissimo. lo è sempre stato, ma ora non so se ci mentivamo.

so mentirmi bene, ed anche gli altri ci riescono, con me.

con me si viene per farsi aiutare, per i soldi, o per fare le zozzerie, ma non per amore, o per semplice affetto. lui ne era convinto, di questo che diceva.

mia figlia non la pensa come lui, ma i suoi occhi non sanno mentire, a volte. invece mia madre non sa mentire mai, e ti spara cazzate senza nemmeno pensare, quelle poche volte che pensa.

io non so più che pensare.

penso che gli occhi sono lo specchio dell'anima. la mia è nera, come i miei occhi.

io penso che l'unica verità, ce la danno gli specchi.

spesso mi hanno fatto male più loro, che gli amici, e allora li ho rotti, ma quei pezzetti lì in terra, sanno anche parlare, e dicono che camminarci sopra non serve a coprire, ché i piedi sono radici.

forse è per questo che non ne ho, ché è uscito troppo sangue. e allora innaffio, con le lacrime.

forse nascerà un treno verde, per me, quando sarò lassù.

non ci saranno mani, e chissà, forse avrà occhi buoni, ai quali non serviranno occhiali.

ed uno, sarà solo per me...

 

 

postato da: simonettabumbi alle ore 20:26 | Permalink |
categoria:riflessioni




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